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MUSICA E POLITICA (c'è poco da ridere!)

 ("delirio quasi consapevole" di Sandro Ferrera)

 


 

 

 

 

 

Prima che lo sfortunato lettore si addentrasse nella lettura, vorrei precisare che non sono un politico, il che basterebbe ad inibire la curiosità a comprendere il testo; sono semplicemente un musicista che dedica gran parte della sua vita all’arte dei suoni ed alla disciplina ferrea che essa richiede per ottenere risultati decenti. Lo scritto non sarà neanche un trattato sulla grammatica musicale, né tanto meno un comizio per ottenere consensi elettorali.

   Apparentemente la musica sta alla politica come un cammello sta al Polo Nord o un tricheco all’Equatore o, come disse il mio amico Alfio, fabbro per professione, le due cose stanno tra loro come il culo sta ai broccoletti. Definita la mia estrazione sociale possiamo senz’altro affrontare l’argomento principe.

   Ricordo con tenerezza la mia militanza nelle bande di paese, nel periodo adolescenziale; ci si riuniva per provare i brani, ma soprattutto per giocare, per discutere, per confrontarsi, dove il figlio del medico era considerato alla stessa stregua di quello del carrozziere o del poliziotto, dove la ragazza carina non necessariamente vestiva Dolce & Gabbana. Tutto era bello, pulito, innocente.
   Fu in quel periodo che affrontai studi musicali più approfonditi, con risultati abbastanza incoraggianti. Abbandonai così la “comune bandistica” per appropinquarmi nell’ancora lontano mondo del professionismo. Intuii immediatamente che non avrei più ritrovato quel grembo materno che mi aveva ospitato dolcemente negli anni precedenti.
    Feci parte di innumerevoli gruppi musicali d’ogni genere, fino a che intrapresi lo studio della musica jazz, con i più importanti insegnanti italiani.
    A mano a mano che mi avvicinavo nelle zone calde del mondo musicale, vedevo erigersi intorno a me dei muri, materializzarsi difficoltà d’inserimento fino ad allora a me sconosciute.
   Credetti che la causa di ciò fossero le mie carenze tecnico-strumentali (sono un trombettista), così tornavo a casa e studiavo per ore, per mesi; dopodichè mi gettavo di nuovo nella mischia, ma gli spazi esigui non aumentavano. Compresi solo in seguito che non era un problema di capacità.
   M’innamorai della musica istintivamente, come un ragazzo che s’innamora di una donna e ne rimane attratto, desiderando di possederla e gioendo del fatto che anche lei condividesse la stessa bramosia. Ora questa donna non può più concedersi per il gusto di farlo, non è più padrona di sé stessa, è schiava di un padrone che si chiama logica del mercato:

 

Tra pannelli di cristallo
t’ osservo
 irraggiungibile
bella ma triste
ed osservi in me
la medesima espressione

 

Questo succede quando gli interessi economici catturano l’arte.
 
   Ecco affiorare impietoso il nesso tra musica e politica.
   E’ dimostrato storicamenteche tutte le ideologie politiche sono, in realtà, teorie economiche: capitalismo, socialismo; anche le istituzioni religiose hanno strutture gerarchiche ed economiche di tutto rispetto.
   La musica è sempre stata utilizzata dai poteri forti per uso propagandistico.

   Un giorno, un mio amico musicista, peraltro molto bravo, mi disse: -Creiamo una musica che possa piacere alla gente, così potremo venderla nei più blasonati locali jazz di Roma, poi quella che veramente ci piace fare la suoneremo per cazzi nostri, a casa mia!-
   Rimasi sbalordito, non avrei mai creduto che anche la musica jazz si sarebbe piegata alla logica del mercatino; ecco un esempio di prostituzione artistica.

Ora, attento caro lettore! Stiamo per entrare nell’occhio del ciclone!

   Gli osservatori più attenti della nostra società sanno benissimo che qualsiasi cosa, in Italia, passa al vaglio dei partiti o della chiesa. Ovviamente non si parla più di censura o scomunica, termini che riportano la memoria a periodi ancor più bui. Oggi abbiamo la democrazia, sacrosanta conquista ottenuta a suon di morti e feriti, il governo del popolo, dove ciascun cittadino può liberamente manifestare i propri pensieri ed opinioni sulla base dell’articolo ventuno della Costituzione che cita: ”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”  Vietando:“… le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”.
   Credo che la carta costituzionale sia un documento di rara bellezza, soprattutto nei suoi contenuti,   ma vediamo cosa succede quando l’artista propone la sua opera.
   Il desiderio più recondito e a volte inconfessabile di un musicista è quello di ricevere un applauso, è la condivisione con il pubblico della sua esibizione, è, in altre parole, la visibilità.
   Il nostro sistema è strutturato in modo che è visibile tutto ciò che fa parte di un mercato (anche se esiguo, se si parla di musica).
   Secondo una certa logica ormai consolidata, il mercato delle idee è gestito dai partiti e dalle istituzione ecclesiastiche, i quali ne gestiscono anche le risorse e le disponibilità economiche. Siamo giunti al punto nevralgico; per ottenere spazi artistici visibili, il musicista deve comporre o suonare qualcosa di Sinistra, di Destra o inneggiare a Dio. Non nego che ho tentato, per qualche secondo, di percorrere queste strade, ma immediatamente mi sono reso conto che avrei venduto la mia cara Musa, costringendola a prostituirsi per me; subito dopo avrei telefonato al mio amico di cui sopra dicendo: “Ciao fratè! costituiamo una società?” ed il gioco era fatto.
   Credo fermamente che un’espressione umana o la rappresentazione artistica di uno stato d’animo non possa essere sempre reclusa in una logica pre-costituita. Cosa succede se il musicista si accorge che quello che compone non è assimilabile ad una delle ideologie vigenti? Niente di grave, vivrà artisticamente ai margini della società, sarà uno dei tanti barboni con il vezzo della musica.
   Nella nostra bell’Italia si ha la libertà di generare qualsiasi opera d’arte, ma se non si rientra nei piani culturali influenti si è fuori del gioco, in pratica non si avrà un’esistenza artistica.
   Ciò che rende drammatica la vita di molte persone non è tanto la mancanza di soldi (che pur basta ad essere un po’ incazzati!), quanto la relegazione nel mondo dell’inutilità.
   Improvvisamente si aprì uno spiraglio! -“Bravo Sandro, il tuo progetto musicale potrebbe essere interessante da inserire nei festeggiamenti rievocativi del 25 Aprile, però le tue note dovrebbero essere un po’ più resist, sai, non sempre le atmosfere che hai creato evocano suggestioni liberazionistiche.” Questo è il caso, molto frequente, di vendita del proprio culo a metà, praticamente si appropriano di una sola natica ma, cosa da non sottovalutare, con annesso il buco!
   Ovviamente non posso che condividere le azioni anti-dittatoriali dei nostri predecessori, ma perché evocare resistenze trascorse dimenticandoci di quelle attuali?
   Comporre musica di qualità non è forse resistere al “Grande fratello”, ad “Amici” e a tutta quella merda a cui ci sottopone la TV? E’ corretto ricordare la peste del XVII secolo dimenticandoci che oggi si muore di inquinamento atmosferico? Resistere non è forse contestare governi incapaci di legiferare riguardo le coppie di fatto (alludo ai DICO, ovviamente), i quali non riescono a dire basta alle guerre? Anziché uccidere esseri umani in esubero, perché non insegnano alla gente ad utilizzare il preservativo?
   Tutto è estremamente incasellato, incastonato e a soffrirne è la creatività, le arti, la musica.
   L’arte dovrebbe riappropriarsi della sua funzione originaria: comunicare in senso lato, descrivere  disagi e  gioie umane, esprimere vita e vitalità, a prescindere da tutto. A ragione, Gianbattista Vico asseriva che le cose si ripetono nella storia, ma ogni volta con forme diverse, sulla base delle esperienze precedenti: le messe di Gioacchino Rossini e di Giacomo Puccini furono considerate poco ecclesiastiche e quindi ebbero una visibilità ridotta, un annebbiamento; Ludwig van Beethoven fu poco aristocratico ed ebbe vita difficile dal punto di vista economico; anche Frank Zappa ha avuto una visibilità minore rispetto a quella dei Pooh.
   Anticamente le cose apparivano più chiare e delineate: si dovevano comporre melodie cortigiane per poter vivere da musicista nel castello, scrivere mottetti di maniera per ottenere qualche moneta dal vescovo o vivere d’elemosina se non si riusciva o non si voleva sottostare a i due  unici poteri.
   Oggi le cose sono molto più ambigue e fluttuanti. Gli imprenditori rampanti frequentano i disco-pub ed ascoltano Tiziano Ferro, poi in età matura si avvedono ed iniziano a respirare il profumo soave della buona musica; di contro, i festivals jazz, molte volte gestiti da direttori artistici incompetenti o da promoters ladruncoli, pubblicizzano il dj che si avvale del musicista jazz. In questo caso si parla di Contaminazioni musicali, ma in realtà: “Facciamo un po’ di soldi, però ricordiamoci che siamo sempre di Sinistra!”.
   Una volta sapevi di chi era lo zucchino che ti aveva gentilmente penetrato, ora non più, ma la dilatazione anale è la medesima.

Musice e Politica, c’è poco da ridere!